venerdì 10 agosto 2012

La parola a MARCO MAMONE CAPRIA





Difendere la vivisezione come “ricerca di base”

In Italia i media sono stati nelle ultime settimane invasi da interventi a favore della vivisezione. Ciò si deve soprattutto alla risonanza avuta da alcuni successi ottenuti dal movimento antivivisezionista (scimmie della Harlan, cani beagle di Green Hill). Quindi, a me, oppositore della sperimentazione animale invasiva (storicamente e comunemente detta “vivisezione”, anche se il termine non piace a chi la pratica), tale massiccia reazione appare di buon auspicio.Avendo scritto abbastanza estesamente sull'argomento 1, vorrei limitarmi qui a smascherare una strategia retorica relativamente nuova e che i vivisezionisti (cioè i partigiani della vivisezione) stanno  adottando  in  misura  crescente.  Ricorda  molto  da  vicino  un gioco  da  fiera  di  antiche tradizioni, il cosiddetto “gioco delle tre carte”. Questo gioco, come il lettore saprà, consiste nel deviare l'attenzione degli astanti in modo che siano indotti a puntare su una delle due carte sbagliate e mancare quella giusta. 
La strategia retorica a cui alludo procede in maniera analoga: a chi chiede perché mai dovremmo permettere, e in buona parte, come contribuenti,  finanziare  la vivisezione, i vivisezionisti (V) rispondono: “Perché solo così si può permettere alla medicina di progredire”. Allora gli oppositori (AV) citano qualcuna delle tante crisi sanitarie causate nell'ultimo mezzo secolo dall'illusione di poter applicare i risultati della sperimentazione animale alla medicina, e il dialogo prosegue più o meno così:

V: – Ma noi non diciamo che i risultati ottenuti sugli animali siano immediatamente applicabili alla medicina!

AV: – Tuttavia le estrapolazioni che hanno portato alle citate catastrofi erano state considerate
scientificamente legittime dalla  vostra comunità professionale... Ma, comunque sia, accettiamo questa  ritrattazione:  come  potete  allora  continuare  a  sostenere  che  senza  la  vivisezione  si arresterebbe il progresso medico? 

V: –  Lo sosteniamo perché gli esperimenti su animali, anche se non possono essere direttamente applicati all'uomo, fanno parte della cosiddetta “ricerca di base”, e senza ricerca di base non può esserci progresso medico


Notate lo spostamento dell'attenzione: all'inizio la vivisezione viene presentata come se fosse uno strumento essenziale di scoperta medica,  alla fine  ci si chiede di considerarla come una branca importante della ricerca di base, cioè di quel tipo di ricerca che, essendo guidata dalla curiosità dei ricercatori, non ha in sé stessa scopi applicativi, anche se potrebbe, alla lunga e per vie traverse e imprevedibili, suggerire qualche applicazione utile. 
È ovvio che non si tratta della stessa cosa. Nel valutare la ricerca di base, in qualsiasi campo, e nel decidere di finanziarla, si adottano criteri diversi da quelli dell'utilità per i cittadini: per esempio, si può pensare che sia giusto investire nel perfezionamento di una branca del sapere (non so, la
topologia algebrica o la papirologia, per entrambe le quali ho il massimo rispetto) in vista del
prestigio culturale che si riflette sulla società che compie un tale investimento. Ma questo è ben
diverso dall'avanzare pretese di pubblica utilità, e ormai i vivisettori hanno imparato molto bene
due  cose,  emerse  per  esempio  dalla  consultazione  europea  del  2006 (da me  analizzata  in  un articolo 2)


1) una grande maggioranza dell'opinione pubblica in tutti i paesi civili trova  riprovevole ciò che fanno;
  
2) questo rifiuto è meno forte in quel settore del pubblico che si è riusciti a convincere che senza vivisezione la medicina cesserebbe di progredire. 

Non c'è da stupirsi del fatto che un certo numero di persone, pur rifiutando istintivamente la
vivisezione, sia disposto a tollerarla se l'alternativa fosse l'impossibilità di curare malattie gravi. In fondo basta dipingere il “nemico” a colori abbastanza foschi per convincere i cittadini di un paese se dicente civile a dare il proprio silenzio-assenso alla  guerra, cioè  allo sterminio pianificato di masse di umani di un altro paese. Così, se gli esperimenti su animali si traducono in applicazioni mediche, allora per molti diventano tollerabili (ma anche per costoro sarebbe molto meglio se si riuscisse a sostituirli!), mentre se sono “ricerca di base” – cioè, in sostanza, se sono eseguiti al solo scopo di soddisfare una curiosità intellettuale –, allora sono giudicati inammissibili, senz'appello, dalla stragrande maggioranza.
Ecco  perché  diventa  indispensabile,  per  i  vivisezionisti  impegnati  nella  comunicazione  con  il pubblico, rendere la distinzione tra ricerca di base e ricerca applicata il più possibile sfocata.
 tutto l'articolo in pdf lo trovi qui : http://www.hansruesch.net/


Dal sito 

Premio Italia Diritti Umani

VIVISEZIONE, RICERCA MEDICA E CAVIE UMANE - SCIENZA E INDUSTRIA BELLICA

Scritto da  Roberto Fantini

conversazione con Marco Mamone Capria, dopo aver affrontato numerosi aspetti della questione del rapporto fra scienza e democrazia, giunge ora al termine, soffermandosi, in particolare, sulla pratica della vivisezione e sul legame sempre più stretto fra ricerca scientifica e interessi militari.
Al prof.Mamone Capria rivolgiamo un sentito ringraziamento per il tempo dedicatoci, augurandogli di poter continuare a sviluppare e a divulgare al meglio le sue preziose ricerche.
- A proposito della vivisezione, lei si è più volte espresso in termini fortemente critici, mettendone in dubbio il carattere scientifico. È arrivato anche ad affermare che potrebbe essere «del tutto legittimo classificare […] la moderna vivisezione come una forma di divinazione» [1]. Cosa la spinge a considerare la teoria e la prassi della vivisezione un caso di «pseudoscienza»?
La vivisezione, nel senso della sperimentazione medica su specie animali diverse da quella umana, è da sempre stata un azzardo che alcuni scienziati hanno imposto alla collettività, e che altri scienziati, non meno prestigiosi, hanno denunciato come indegno della scienza sotto il profilo metodologico, a parte ogni considerazione di crudeltà sugli animali -- considerazione che, ovviamente, è pure doveroso includere in una valutazione complessiva di tale pratica. Qui non c’è spazio per una discussione approfondita delle ragioni scientifiche contrarie, ma penso che una buona sintesi sia stata formulata due anni fa da un noto e autorevole tossicologo, Thomas Hartung: semplicemente, noi umani non siamo topi di 70 chili [2]. Equivalentemente si può dire: i topi non sono umani in miniatura. L’onere della prova non è insomma su chi dubita della validità per l’uomo della sperimentazione animale, ma su chi l’afferma. L’opposizione alla vivisezione è un caso esemplare in cui il semplice buon senso converge con i risultati della più aggiornata analisi scientifica.
- Ma quali sono le ragioni portate a favore della vivisezione da chi la pratica?
L’argomento fondamentale dei fautori è sempre stato che non ci sarebbe altra maniera di fare ricerca biomedica, almeno se non si vuole provare una procedura o un medicinale direttamente su esseri umani. Ciò che più mi ha colpito di questo argomento, fin dagli inizi del mio interesse per la questione, è la sua evidente fallacia: il fatto che un certo metodo di ricerca sia eticamente inaccettabile (la sperimentazione sugli umani) non garantisce che un altro metodo (la sperimentazione sugli animali) sia valido, nemmeno se di questo secondo metodo si potesse dimostrare che, a parte il primo, non ce ne sono di migliori. Quest’ultima condizione, per giunta, sicuramente non vale per la vivisezione. Comunque, anche il migliore dei metodi disponibili può avere un margine di errore così grande da renderlo in pratica inutile o controproducente. Ci sono molti libri dedicati a metodi per vincere al Totocalcio, ma è verosimile che anche il migliore di questi metodi non funzioni abbastanza da giustificare che una persona ragionevole vi investa somme di denaro considerevoli...
Mi sono spesso chiesto come mai persone di normale intelligenza potessero cadere in questo errore fondamentale, e insistervi incessantemente con totale indifferenza alle ripetute e pubbliche confutazioni. La prima spiegazione è ovviamente data dall’interesse a tenere in piedi un’industria lucrativa come quella della vivisezione, il che induce a usare qualsiasi argomento, per quanto erroneo, se si può sperare di riuscire con esso a imbarazzare gli oppositori ingenui -- che poi sono tanti. Per esempio, si arriva a dire assurdità come quella secondo cui «Il giorno che non ci sarà più la sperimentazione sugli animali finirà la medicina» [3]; peraltro a questa dichiarazione, proveniente da una personalità in vista nel mondo della ricerca medico-farmaceutica, ho personalmente replicato abbastanza in dettaglio [4]. Ora, a mio parere, non ci sono dubbi che i conformisti, gli intellettualmente pigri, gli sprovveduti e i falsari formano la stragrande maggioranza dei sostenitori della vivisezione. Ma per gli altri direi che la spiegazione che va alle radici della loro scelta è che si tratta di adepti dello scientismo reazionario. In effetti, tenere in piedi una ricerca che alimenta speranze di soluzione di gravi malattie in continua crescita ha l’effetto di invertire i termini della questione sanitaria: invece di andare alle cause di tale diffusione, come sarebbe naturale, e di cercare di rimuoverle con informazioni e interventi legislativi appropriati, si mette l’accento sul come curare queste malattie una volta che hanno colpito. E badi che l’effetto politico di tale inversione sussiste anche se la ricerca suddetta è impostata in maniera erronea e non ha speranze razionali di raggiungere il suo scopo ufficiale. A volte, ho l’impressione che il cosiddetto uomo della strada ha subito un tale lavaggio del cervello che, se gli capita di ammalarsi gravemente, quasi si sente in colpa -- non la colpa di avere forse adottato in passato uno stile di vita malsano, o di non aver protestato contro condizioni lavorative o ambientali dannose, ma quella di non essere nato cinque o dieci anni più tardi, in modo da poter usufruire della terapia efficace che “sicuramente” sarebbe tra cinque o dieci anni disponibile... Io, invece, credo che se di una malattia non si sa come curarla efficacemente, ci si dovrebbe concentrare sulla diffusione di informazioni e l’emanazione e applicazione di normative che ne riducano il più possibile l’incidenza -- piuttosto che alimentare aspettative che quasi sicuramente andranno deluse, o generare rimpianti mal posti.
- Però, la ricerca sulla terapia delle malattie non impedisce di per sé che si lotti anche contro le cause...
In linea di principio è così, e non è certo mia intenzione demoralizzare chi si impegna in tale ricerca, purché lo faccia con metodi scientificamente adeguati e si adoperi, in parallelo, a diffondere informazioni sulla prevenzione. Ma i casi in cui si saprebbe evitare ai cittadini un rischio inutile e non lo si fa, nel silenzio colpevole della stragrande maggioranza degli specialisti, sono innumerevoli.
-- Può citare un esempio specifico?
Per citare solo un esempio [5], entrando però un po’ nei particolari, i gestori degli acquedotti pubblici in 128 comuni italiani chiedono e ottengono da anni deroghe sulla concentrazione di arsenico nell’acqua di rubinetto, in modo da renderla “potabile”... cioè potabile “per legge”, anche se in realtà non lo è. Solo in provincia di Roma gli utenti interessati da questi provvedimenti sono più di 250.000. Ora, molti non sanno che l’arsenico non è soltanto il famoso veleno con una lunga tradizione di omicidi, reali e letterari, e avente una dose letale di 70-180 milligrammi (per il triossido di arsenico) [6], ma che, a dosi molto, molto più basse, cioè dell’ordine dei microgrammi (un millesimo di milligrammo),  ha effetti estremamente gravi e insidiosi:
1) è un provato cancerogeno [7], e in quanto tale non ammette una dose minima “sicura” (per esempio ci sono risultati sospetti anche sotto i 4 microgrammi [8]: la soglia massima raccomandata dall’OMS per l'acqua potabile è di dieci microgrammi, mentre l’acqua dei comuni che continuano ad avvalersi della deroga può arrivare tuttora fino a venti microgrammi);
2) agisce anche a distanza di più di dieci anni [9];
3) è tossico per il sistema nervoso anche a basse concentrazioni nello strato superficiale del suolo, comprese quelle “derogate” -- per esempio favorisce l’insorgenza del morbo di Alzheimer e della demenza [10];
4) è collegato a tutta una gamma di altre malattie [11], come quelle del sistema cardiovascolare.
Insomma, qualsiasi autorità sanitaria o istituto di ricerca medica che avesse anche remotamente un sincero interesse a migliorare le condizioni di salute della popolazione farebbe di tutto per evitare il più possibile l’esposizione dei cittadini all’arsenico. Invece, i citati comuni italiani si sono affannati a chiedere deroghe su deroghe, con il supporto del ministero della salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e della quasi totalità degli specialisti, i quali, salvo eccezioni, non si sono sentiti in dovere di avvisare i cittadini sui rischi a cui le amministrazioni comunali e i gestori degli acquedotti li sottoponevano nascostamente. In generale, ai cittadini le informazioni sull’acqua che bevono, questo alimento così fondamentale, sono date in maniera reticente, superficiale e sporadica -- e parlo sia dell’acqua del rubinetto sia di quella in bottiglia [12]. Un esempio emblematico è dato da uno sviluppo della situazione di “acqua potabile per deroga” sopra descritta. Proprio il 20 gennaio 2012 il TAR del Lazio ha emesso una sentenza storica [13], in cui ha condannato il Ministero della Salute e quello dell'Ambiente a pagare un indennizzo di 100 euro a oltre 2000 cittadini che avevano fatto ricorso, riconoscendoli vittime di «un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l'aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l'alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario». Ora, una tale sentenza avrebbe meritato le prime pagine dei giornali, ma, ad esempio, la Repubblica – a quanto pare il più letto quotidiano italiano [14] –  le ha riservato il 23 gennaio solo un minuscolo riquadro in fondo a destra... e dove? Nella pagina dei necrologi, la numero ventidue! Mi permetterà di mostrare ai nostri lettori la prova documentale di ciò, perché se no penserebbero che io stia esagerando:
caso
Noti in particolare la notizia messa sopra, «ancora violenza a Roma»: si tratta di un episodio, senza dubbio triste e rivelatore di degrado sociale, ma che ha per protagonista un minorenne. L'avvelenamento cronico di più di un quarto di milione di persone nella sola provincia di Roma da parte delle autorità che dovrebbero proteggere la salute dei cittadini – questo come vogliamo chiamarlo? C'è tra l'importanza delle due notizie la stessa proporzione che tra gli spazi (pressoché identici) che Repubblica ha riservato ad ognuna? Ecco un'ulteriore prova, se ce n'era bisogno, del fatto che per i principali media la regola fondamentale è sempre quella del conte zio manzoniano: «sopire, troncare».
Devo aggiungere che il problema non riguarda solo i media: come mai gli scienziati che dicono di lottare per salvare l’umanità malata non considerano, salvo eccezioni, un dovere adoperarsi a diffondere informazioni utili per evitare che l’umanità sana si ammali? La compassione, quando c’è, non ammette “divisione del lavoro”. Invece, quando si tratta di promuovere questue in favore, ad esempio, della “ricerca sul cancro” ecco specialisti vari e intere pagine di giornali e trasmissioni televisive diffondersi sulle meraviglie dell’oncologia del domani... Certo, non si può dire che la politica incoraggi i medici e altri professionisti a denunciare le fonti di pericolo per la salute pubblica, se si pensa a come reagì nel 2007 il ministro per lo Sviluppo Economico a una lettera della federazione regionale degli ordini dei medici-chirurghi dell'Emilia Romagna, in cui si chiedeva di sospendere le autorizzazioni per la costruzione di inceneritori: ebbene, quel ministro scrisse ai ministri della Salute e della Giustizia per sapere se era possibile prendere provvedimenti per punire quegli ordini di medici.  A proposito, perché si capisca meglio quale sia lo stato della nostra democrazia, è bene ricordare che il ministro per lo Sviluppo Economico era Pierluigi Bersani [15], oggi segretario del... Partito Democratico.
-- Almeno sarà grazie alla sperimentazione animale che avremo scoperto il potenziale cancerogeno dell’arsenico...
No, è precisamente il contrario. Che l’arsenico sia un cancerogeno (per pelle, polmoni, reni, vescica) lo si sa da ben due secoli [16] a partire dall’osservazione di comunità che bevevano acqua con forte concentrazione di arsenico. Gli esperimenti su animali per “confermare” tale verità, sono iniziati nel 1911 e sono andati avanti per settant’anni prima che si trovasse una specie animale e una modalità di somministrazione che permettessero di ipotizzare ai vivisezionisti una qualche “conferma”. Badi che ancor oggi, dopo un secolo di tentativi e decine di migliaia di animali “sacrificati” allo scopo -- topi, ratti, criceti, cani, conigli, scimmie ecc. -- le prove di cancerogenicità dell’arsenico sugli animali sono considerate di valore “limitato” [17] dalla massima istituzione in materia, la International Agency for Research on Cancer (IARC). In altre parole, se non ci fossero state abbondanti prove della cancerogenicità sull’uomo, gli esperimenti su tante specie animali e per un periodo così esteso sarebbero bastati a scagionare l’arsenico dall’accusa di cancerogenicità. Queste sono informazioni oggettive e facili da verificare --  sarebbe molto utile fossero generalmente conosciute, ma nessun giornalista o consulente medico dei principali media sembra ansioso di divulgarle, ammesso che ne sia egli stesso a conoscenza.
- Ma, secondo lei, rinunciando alla sperimentazione animale,  bisognerebbe sperimentare più spesso sugli esseri umani?
Naturalmente no: per l’indagine preliminare ci sono metodi ben più scientifici e che operano su sistemi inanimati: colture cellulari, chip genetici, robot, modelli matematici, simulazioni informatiche ecc.  (com’è spiegato, per esempio, qui [18]). E poi la sperimentazione su volontari è anche oggi un passo obbligato. Comunque non bisogna dimenticare l'osservazione clinica, da sempre tra le più grandi risorse euristiche della medicina. Ma quello che più in generale mi preme sottolineare, in questa connessione, è che si dovrebbero sfruttare sistematicamente gli esperimenti naturali cui le persone si sottopongono senza concepirsi come cavie. Ad esempio, non esistono ancora abbastanza studi sistematici sulle differenze nell’incidenza di varie malattie, autismo compreso, tra i bambini vaccinati e quelli non vaccinati. Eppure ci sono comunità intere che, per scelta, non vaccinano i propri figli, o li vaccinano in percentuali nettamente inferiori (per esempio gli Amish [19] in Pennsylvania), e anche in Italia molti genitori negli ultimi vent’anni hanno deciso di non vaccinare i propri figli: come mai le autorità sanitarie non si sono impegnate, come sarebbe stato doveroso, a promuovere uno studio comparativo?
Detto questo, quando sento giustificare la vivisezione contrapponendola agli esperimenti sulle persone, che, dicono i vivisezionisti, non sarebbero ammissibili, vorrei far presente a questi filantropi immaginari che gli esperimenti su persone, anzi, su masse di persone ignare si fanno, eccome, e molti di questi sono pure perfettamente legali! Le vaccinazioni di massa ne sono un esempio. Anzi, lo è l'introduzione di qualsiasi nuovo farmaco. Si pensi alla terapia sostitutiva ormonale contro gli effetti sgraditi della menopausa, che nel 2001 era prescritta a più di 100 milioni di donne in tutto il mondo -- prima che l’aumento dei casi di tumore all’endometrio e al seno, di infarti, di ictus e di demenza tra le donne che ne facevano uso costringessero le autorità sanitarie a rivedere drasticamente le loro linee guida [20]. In generale, lo stato della farmacovigilanza, cioè dello studio degli effetti di un farmaco dopo la sua introduzione in commercio, è pietoso, e tale rimarrà finché sarà affidata in parte alle stesse industrie produttrici, e in parte alle segnalazioni dei medici di buona volontà [21]. Capisco che chi queste cose le sente per la prima volta, dopo essere stato abituato per anni dai media a pensare alla vivisezione come a una dura necessità, accettata a malincuore  da ricercatori pronti a tutto pur di tutelare i pazienti umani, non può che provare indignazione – l'indignazione di chi si scopre vittima di un inganno sistematico e cronico. Mi sembra una reazione appropriata.
– Può fare esempi di esperimenti di massa “legali” al di fuori della medicina?
Un esperimento di massa, coinvolgente centinaia di milioni di persone, è stato l’introduzione nell’alimentazione di prodotti con ingredienti geneticamente modificati, di cui peraltro si è fatto di tutto per evitare un'etichettatura onesta -- e non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa [22].
Forse però l’esempio più clamoroso, per entità numerica e visibilità,  è dato dall’uso dei telefonini, che oggi riguarda qualcosa come 5,4 miliardi di persone in tutto il mondo: ebbene, si è trattato di un esperimento di massa di proporzioni impensabili, cominciato nel 1983, e in cui praticamente nessuno degli utenti sapeva che la sicurezza dei telefonini era un’ipotesi priva di verifiche convincenti e che, in sostanza, ogni utente era ipso facto una cavia. E quando uno studio internazionale sugli effetti dell’uso dei telefonini è stato eseguito, ciò è avvenuto grazie al finanziamento delle stesse industrie della telefonia mobile, e con la partecipazione di consulenti di queste industrie... Il che non ha impedito, ma solo lo scorso anno, cioè dopo quasi trent’anni dall’entrata in uso, che la IARC classificasse la radiazione dei cellulari come un “possibile cancerogeno”. La puntata di “Report” del 27 novembre 2011 (“L’onda lunga” [23]), dedicata appunto a queste vicende, dovrebbe essere fatta vedere nelle scuole  e proiettata a ciclo continuo in tutte le “Settimane della cultura scientifica”, abbinandola a un’altra ottima puntata, quella sulla vivisezione (“Uomini e topi” [24]), del 22 ottobre 2004. Vogliamo veramente diffondere la cultura scientifica, o semplicemente fare propaganda a un’immagine della scienza disegnata dalle agenzie di pubbliche relazioni dell’industria? La mia netta impressione è che il secondo caso è la regola piuttosto che l’eccezione, e mi dispiace di vedere tanti accademici, compresi sociologi e filosofi della scienza, arruolati nella guerra contro il diritto dei cittadini a un’informazione corretta in materia scientifica.
Insomma, quando i vivisettori sostengono che sono costretti a fare esperimenti sugli animali per evitare di usare cavie umane, è difficile credere che non si rendano conto che proprio le assicurazioni spurie basate sulla vivisezione sono state e rimangono il principale grimaldello per aprire la porta a esperimenti di massa sulle persone senza chiamarli con il loro vero nome.
-- Ma è vero che gli avversari della vivisezione sono stati di solito insensibili al problema delle “cavie umane”?

Come spesso accade quando si parla di vivisezione, la verità non è semplicemente diversa da ciò che dicono i suoi sostenitori: è l’opposto. Gli antivivisezionisti hanno da sempre denunciato che la sperimentazione crudele sugli animali era l’anticamera di quella sugli uomini. Rinvio chi abbia dubbi a un articolo di un antivivisezionista italiano, Augusto Agabiti, intitolato espressivamente “Vivisezione omicida” e pubblicato non l’anno scorso, e nemmeno dopo l’uscita del famoso libro di Pappworth, Cavie umane (che è del 1967), ma un secolo fa: precisamente nel 1910. E lo cito soprattutto perché italiano, non perché sia il primo ad aver denunciato il legame stretto tra vivisezione animale e vivisezione umana.  Ad esempio, la New England Anti Vivisection Society fu fondata negli Stati Uniti nel 1895, con la seguente finalità: «smascherare e contrastare gli esperimenti segreti o dolorosi su animali vivi, su pazzi, su poveri o su criminali» [25].
Aggiungo che l’abuso nelle sperimentazioni cliniche di esseri umani poveri e ignari (e spesso analfabeti), soprattutto in paesi con regolamenti lassisti al riguardo, come l’India [26], è tuttora una piaga gravissima -- il che mostra, in negativo, quanto ci si possa fidare della devozione al benessere umano (per non dire di quello animale!) di industrie e ricercatori che arrivano a fare esperimenti potenzialmente letali anche, ad esempio, su centinaia di sopravvissuti [27] della strage di   Bhopal provocata nel 1984 dalla fuoriuscita di una nube tossica da una fabbrica statunitense di pesticidi [28]. Sono notizie a cui si dà pochissima diffusione, ma bisogna conoscerle per capire che peso si possa dare allo slogan fasullo e stantio dei vivisettori, “un topo o vostro figlio”.
Scienza e guerra
- Già Maurice H.Wilkins, uno dei tre scopritori della struttura del DNA, in una intervista del 1985, affermò che circa la metà degli scienziati in tutto il mondo era impegnata in programmi di guerra. La situazione attuale è migliorata oppure la tendenza al coinvolgimento della ricerca scientifica in campo militare, nonostante le speranze sorte con la conclusione della “guerra fredda”, è andata progressivamente aumentando?
La stima che ha citato credo di essere stato io uno dei pochissimi in Italia ad averla mai riportata in un articolo [29], e potrei essere stato il primo. Lo sottolineo perché certi dati sono abbastanza difficili da trovare, e la ragione è che la dipendenza della ricerca scientifica dal finanziamento dei militari è un sordido segreto che scienziati, filosofi della scienza e giornalisti scientifici cercano di tenere il più possibile nascosto. Se non facessero così, l’immagine idealizzata della scienza che essi promuovono e su cui si fonda la loro richiesta permanente di credito ne risulterebbe fortemente appannata.
Per esempio [30], negli Stati Uniti la media del finanziamento annuale negli ultimi 10 anni per la ricerca scientifica e tecnologica da parte del Pentagono è di 12 miliardi di dollari, a fronte dei 6,8 miliardi distribuiti dalla National Science Foundation, che è l’agenzia di finanziamento del governo USA per tutta la ricerca scientifica a parte quella medica. Si tratta ovviamente di una cifra enorme, ancor più se si considera che la corrispondente somma gestita per “scienza e tecnologia” dalla Agenzia per la Difesa Europea è 3,1 miliardi di dollari (o 2,26 miliardi di euro). Ultimamente, dopo il picco di 14,7 miliardi del 2005, questa voce di finanziamento del Pentagono è un po’ diminuita, ma non bisogna pensare che la classe dirigente scientifica ne sia contenta. Nel settembre scorso un editoriale [31] di Nature auspicava che il supporto per la “military science”, cioè la scienza gestita dai militari, si mantenesse alto, e per giustificare questo auspicio sosteneva che nel concetto di «sicurezza nazionale» andrebbero inclusi «la sanità pubblica, il vigore economico, l’impegno sul fronte del cambiamento climatico, e tutti gli altri fattori che fanno forte una società». Una persona di buon senso considererebbe un puro delirio la pretesa di affidare al controllo dei militari la ricerca scientifica in tutti questi settori, ma evidentemente chi si dedica ai giochi di potere piuttosto che alla ricerca scientifica la pensa in un modo molto diverso.
- Ma come potrebbe mai riuscire la ricerca scientifica a riconquistare una condizione di autentica autonomia rispetto alle esigenze e agli interessi dell’industria bellica?
Non vedo altra via se non di tornare a una democrazia reale: cioè a un sistema in cui, in particolare, l’operato delle classi dirigenti sia sotto il costante controllo dei cittadini. I governanti sono amministratori in nome e per conto dei cittadini: non sono i loro padroni. D’altra parte, è ai governanti che aspirano ad essere padroni che tornano comodi gli eserciti e gli armamenti, con le enormi spese pubbliche e l’enorme potenziale di corruzione connessi. Di tali capitali, naturalmente, solo una parte affluisce a certi tipi di ricerca scientifica, ma, come abbiamo visto negli USA si tratta, rispetto al finanziamento complessivo di questa, di una proporzione maggioritaria, e con effetti importanti sulla perpetuazione di quel fossile morale che è la guerra.
Per rendersi conto dell’utilità della macchina militare per le classi dirigenti, basta riflettere su due punti. Il primo è che, com’è noto, l’esercito è stato sempre utilizzato, e lo è ancor oggi, come strumento di repressione delle ribellioni dei cittadini. Il secondo punto è che la guerra come opzione politica è in generale assurda dal punto di vista degli interessi dei cittadini, mentre non lo è dal punto di vista delle classi dirigenti. Supponiamo che il governo dello stato X e il governo dello stato Y non riescano a mettersi d’accordo su una certa questione territoriale, economica o d’altro tipo. Ora, questo avviene generalmente nel corso di trattative diplomatiche di cui ai rispettivi popoli non è rivelato praticamente nulla, e che per legge rimarranno segrete per decenni. Ebbene, è questa una base sufficiente perché i cittadini dei due stati debbano sentirsi in dovere di risolvere il contenzioso sorto tra i rispettivi governi andando a massacrare degli sconosciuti, che sulla natura del contenzioso ne sanno quanto loro, cioè niente, e a farsi massacrare da loro? Basta porre la domanda nei suoi termini reali per capire quale sia la sola risposta ragionevole, senza parlare della sparizione di qualsiasi vestigio di “onore militare” in aggressioni effettuate a distanza di sicurezza, o addirittura da aerei senza pilota [32], e delle conseguenze di lungo termine di un'attività resa ancora più odiosa dalla tecnologia della distruzione che la scienza le ha fornito [33]. E credo che sempre più persone se ne stiano rendendo conto [34].
È invece del tutto logico, sia pure all’interno di una perversa logica di dominio, che le classi dirigenti abbiano, grazie alla guerra e alla sua lunga e dispendiosa preparazione,  l’opportunità di soffocare per un tempo indefinito le istanze di cambiamento sociale, creando una situazione in cui alla “salvezza” dello stato è data, con l’aiuto di media essi stessi irreggimentati, la suprema priorità. Questo vale, naturalmente, anche durante le guerre economiche, come quella, feroce, attualmente in corso contro i popoli europei e in particolare quello greco; in Italia come altrove essa è riuscita a spegnere i già timidi vagiti di protesta in partiti teoricamente di opposizione -- in nome di una immaginaria “responsabilità” collettiva per gli errori compiuti in realtà da un’oligarchia, che per giunta ne ha tratto e continua a trarne ampiamente profitto. E si pensi che le attuali spese militari italiane [35] ammontano a 2 miliardi al mese, un finanziamento su cui l’attuale governo di sedicenti “tecnici” non si sogna di intervenire radicalmente nemmeno in una congiuntura drammatica come l’attuale, come ha con forza denunciato, tra gli altri, Gino Strada di “Emergency” [36].  E così, nonostante tali denunce, le missioni militari all'estero sono state tranquillamente rifinanziate [37].
Alla sua domanda, quindi, rispondo che la scienza non può essere libera, soprattutto nei settori con maggiori ricadute socio-politiche, se i cittadini sono in catene: nelle catene di un sistema economico-finanziario che opprime i lavoratori di tutto il mondo, e di un potere transnazionale che si fa beffe dei diritti dei cittadini perché ha di fatto abolito la cittadinanza e sostituito ad essa una nuova specie di servitù. E, sia detto per inciso, la concentrazione del potere finanziario mondiale non è una ipotesi di chi vede congiure, o intese sottobanco, dovunque: è un fatto accertato [38].
-- Ma esiste un problema specifico della responsabilità degli scienziati?
Senza dubbio. È quello che si pone a ogni scienziato qui ed ora nelle scelte che fa circa i temi e i modi della sua attività di ricerca e del suo rapporto con il pubblico. Uno scienziato che prostituisce il proprio intelletto per scopi antisociali e inumani, o che tace quando è in grado di avvisare i cittadini di verità importanti che sono loro tenute nascoste, merita la condanna indipendentemente dall’abilità con cui svolge il suo lavoro. Abilità, vera o presunta, che sembra invece essere il solo criterio adottato dai principali media per additare uno scienziato alla pubblica ammirazione: la storia della scienza secondo i media è una specie di film western, in cui il giudizio morale va sospeso in favore dell’ammirazione per “la pistola più veloce”, ammirazione che, per quanto incredibile, purtroppo esiste anche in contesti reali e non solo di fantasia [39]. Credo che sia urgente far maturare il giudizio del pubblico rispetto a questa pericolosa forma di culto della personalità, e restituire la valutazione della scienza e degli scienziati alla complessità etico-politica che le è propria.
– Per la verità oggi si sente parlare molto dell'importanza di una valutazione della ricerca e dell'intero sistema dell'istruzione...
È vero, ma quando oggi si parla di “valutazione” della ricerca o di “meritocrazia”, questioni del genere non sono nemmeno sfiorate. Anzi, la capacità di un ricercatore di mettersi al servizio di un processo produttivo viene generalmente considerata una qualità altamente desiderabile in sé stessa, non importa se l'effetto diretto o collaterale di quel processo è di peggiorare la qualità della vita di altri umani o animali. Oggi tutte le componenti della scuola e dell'università dovrebbero difendersi con molta più energia e tenacia di quanto facciano contro chi, mascherandosi dietro intenti moralizzatori, vuole in effetti promuovere il mercenariato intellettuale, di alto o basso bordo, a condizione naturale del lavoratore nel campo della scienza e più in generale della cultura.
RIFERIMENTI



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